EPICURO E LA FORMA NUOVA
Diventato più vecchio e più saggio, scoprii che il mondo non sarebbe cambiato, per cui limitai un po' lo sguardo e decisi di cambiare soltanto il mio Paese.
Ma anche questo sembrava immutabile.
Arrivando al crepuscolo della mia vita, in un ultimo tentativo disperato, mi proposi di cambiare soltanto la mia famiglia, le persone più vicine a me, ma ahimé non vollero saperne.
E ora mentre giaccio sul letto di morte, all'improvviso ho capito: se solo avessi cambiato prima me stesso, con l'esempio avrei poi cambiato la mia famiglia.
Con la loro ispirazione e il loro incoraggiamento, sarei stato in grado di migliorare il mio Paese e, chissà, avrei anche potuto cambiare il mondo. "
(Anonimo)
domenica 15 gennaio 2012
domenica 18 settembre 2011
domenica 7 agosto 2011
SONO LA PERIFERIA DI UNA CITTA’ INESISTENTE

Oggi, all’improvviso, sono giunto a una sensazione assurda e giusta. Ho capito, in una folgorazione intima, di non essere nessuno. Nessuno, assolutamente nessuno. Quando il lampo ha balenato, quella che pensavo fosse una città era una pianura deserta; e la luce sinistra che mi ha mostrato me stesso non ha rivelato lì sopra alcun cielo. Sono stato derubato del poter esistere prima che esistesse il mondo. Se ho dovuto reincarnarmi, mi sono reincarnato senza di me, senza essermi reincarnato. Sono la periferia di una città inesistente, il commento prolisso a un libro non scritto. Non sono nessuno, nessuno. Non so sentire, non so pensare, non so volere. Sono una figura di un romanzo da scrivere che passa aerea ed evanescente senza essere esistita, fra i sogni di chi non mi ha saputo completare. Penso sempre, sento sempre; ma il mio pensiero non contiene raziocini e la mia emozione non contiene emozioni. Da una botola lassù, sto precipitando nello spazio infinito, in una caduta senza direzione, infinitupla e vuota. La mia anima è un maelstrom nero, una vasta vertigine intorno al vuoto, il movimento di un oceano infinito intorno a un buco nel nulla, e nelle acque che più che acque sono vortici, fluttuano tutte le immagini che ho visto e sentito nel mondo – ci sono case, volti, libri, casse, echi di musica e sillabe di voci, in un turbine sinistro e senza fondo. E io, proprio io, ne sono il centro che esiste solo per una geometria dell’abisso; sono il nulla intorno a cui questo movimento gira, come fine a se stesso, con quel centro che esiste solo perché ogni cerchio lo possiede. Io, proprio io, sono il pozzo senza pareti, ma con la viscosità delle pareti, il centro di tutto con il nulla intorno.
FERNANDO PESSOA – IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE
martedì 14 giugno 2011
Specchio Mente
Lo Specchio riflette solo quello che ha dinnanzi.
Poi ci sono specchi che deformano e altri che non riflettono,
ma in ogni caso invertono e solo i loro giochi simulano la realtà.
Quando riuscirò a passare dallo specchio, nello specchio, superando la realtà invertita?
Dal pozzo si vedono le stelle anche se c’è il sole.
Con lo specchio no!
Il generale può non valere per il particolare
mentre il particolare è sempre nel generale
il tre non è l'uno e l'uno non è il tre
ma l'uno è nel tre
come l'uomo è nell'universo
ma dov'è l'universo?
dove il mazziere vince sempre
riuscirò mai a trovare la regina?
venerdì 15 aprile 2011
BUON FINE SETTIMANA
20.6.1931
Questa è una giornata nella quale mi pesa, come un ingresso in carcere, la monotonia di tutto. Ma la monotonia di tutto non è altro che la monotonia di me stesso. Ciascun volto, anche lo stesso che abbiamo visto ieri, oggi è un altro, perché oggi non è ieri. Ogni giorno è il giorno che è, e non ce n’è mai stato un altro uguale al mondo. L’identità è solo nella nostra anima (l’identità sentita con se stessa, anche se falsa), attraverso la quale tutto si assomiglia e si semplifica. Il mondo è cose staccate e spigoli distinti; ma se siamo miopi, esso è una nebbia insufficiente e continua.
Il mio desiderio è fuggire. Fuggire da ciò che conosco, fuggire da ciò che è mio, fuggire da ciò che amo. Desidero partire: non verso le Indie impossibili o verso le grandi isole a Sud di tutto, ma verso un luogo qualsiasi, villaggio o eremo, che possegga la virtù di non essere questo luogo. Non voglio più vedere questi volti, queste abitudini e questi giorni. Voglio riposarmi, da estraneo, dalla mia organica simulazione. Voglio sentire il sonno che arriva come vita e non come riposo. Una capanna in riva al mare, perfino una grotta sul fianco rugoso di una montagna, mi può dare questo. Purtroppo soltanto la mia volontà non me lo può dare.
La schiavitù è la legge della vita, e non c’è altra legge perché questa deve compiersi, senza possibile rivolta o rifugio da trovare. Certuni nascono schiavi, altri diventano schiavi, ad altri ancora la schiavitù viene imposta. L’amore codardo che tutti noi proviamo per la libertà (libertà che, se la conoscessimo, troveremmo strana perché nuova e la rifiuteremmo) è il vero indizio del peso della nostra schiavitù. Io stesso, che ho appena detto che desidererei una capanna o una grotta per essere libero dalla noia di tutto, che poi è la noia che provo per me, oserei forse andare in quella capanna o in quella grotta consapevole che, dato che la noia mi appartiene, essa sarebbe sempre presente? Io stesso, che soffoco dove sono e perché sono, dove mai respirerei meglio se la malattia è nei miei polmoni e non nelle cose che mi circondano? Io stesso, che ardentemente sogno il sole puro e i campi liberi, il mare visibile e l’orizzonte largo, chissà se mi adatterei al letto o al cibo o a non dover scendere otto rampe di scale per arrivare alla strada o a non entrare nella tabaccheria dell’angolo o a non scambiar il buongiorno con l’ozioso barbiere.
Quello che ci circonda diventa parte di noi stessi, si infiltra in noi nella sensazione della carne e della vita e, quale bava del grande Ragno, ci unisce in modo sottile a ciò che è prossimo, imprigionandoci in un letto lieve di morte lenta dove dondoliamo al vento. Tutto è noi e noi siamo tutto; ma a che serve questo, se tutto è niente? Un raggio di sole, una nuvola il cui passaggio è rivelato da un’improvvisa ombra, una brezza che si leva, il silenzio che segue quando essa cessa, qualche volto, qualche voce, il riso casuale fra le voci che parlano: e poi la notte nella quale emergono senza senso i geroglifici infranti delle stelle.
(dal Libro dell'inquietudine di F. Pessoa)
mercoledì 29 dicembre 2010
venerdì 24 dicembre 2010
"Se proprio devi odiarmi" di W. Shakespeare (poesia)
Se proprio devi odiarmi
fallo ora,
ora che il mondo è intento
a contrastare ciò che faccio,
unisciti all'ostilità della fortuna,
piegami
non essere l'ultimo colpo
che arriva all'improvviso
Ah quando il mio cuore
avrà superato questa tristezza.
Non essere la retroguardia di un dolore ormai vinto
non far seguire ad una notte ventosa
un piovoso mattino
non far indugiare un rigetto già deciso.
Se vuoi lasciarmi
non lasciarmi per ultimo
qunado altri dolori meschini
avran fatto il loro danno
ma vieni per primo
così che io assaggi fin dall'inizio
il peggio della forza del destino
e le altri dolenti note
che ora sembrano dolenti
smetteranno di esserlo
di fronte la tua perdita.
(Shakespeare )
sabato 27 novembre 2010
PERUGIA E... CHAGALL

mercoledì 24 novembre 2010
"...quando siete nell'avversità e non intravedete via d'uscita, inginocchiatevi e pregate Dio che vi mandi Shackleton " ( Raymond Priestley)
.....
Una catastrofe psicocosmica
mi sbatte contro le mura del tempo.
Sentinella, che vedi?
Una catastrofe psicocosmica
contro le mura del tempo.
....
(Battiato-Sgalambro)
sabato 6 novembre 2010
domenica 1 agosto 2010
ESILIO ?

Ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia
mercoledì 28 luglio 2010
giovedì 22 luglio 2010
CHOPIN- PIETRO DE MARIA
Ieri sera magnifico concerto... due ore di estasi.
venerdì 30 aprile 2010
Alcione
Alcione è alla ricerca di suo marito Ceice, martin pescatori sono dipinte sopra la testa.
(Ovidio Metamorfosi XI). ...E a tutti gli dei offriva devota il suo incenso, ma più di tutti onorava Giunone, andando davanti all'altare del suo tempio a pregare per il marito, che più non era, perché stesse bene, perché tornasse sano e salvo, perché non s'innamorasse di nessun'altra. E di tante preghiere quest'ultima era la sola che potesse avverarsi. Ma la dea non sopportò a lungo d'esser pregata per un morto e, per allontanare dal suo altare quelle mani luttuose: «Iride,» disse, «fedelissima mia messaggera, rècati immediatamente alla reggia soporifera del Sonno e digli di mandare ad Alcione un sogno, che con l'immagine di Ceìce morto le riveli ciò che è accaduto in realtà»... ...Era il mattino. Uscì di casa per recarsi alla spiaggia e riandò mesta al luogo da dove aveva assistito alla sua partenza. Mentre lì indugiava, dicendo: «Qui sciolse gli ormeggi, qui, su questa spiaggia, mi baciò prima di partire», e mentre, al richiamo dei luoghi, ricordava ogni singolo evento e scrutava il mare, vide fluttuare in lontananza a filo d'acqua qualcosa che sembrava un corpo. All'inizio non si capiva bene che cosa fosse, ma quando l'onda l'ebbe sospinto più vicino e, malgrado la distanza, apparve chiaro che si trattava di un corpo, lei, pur non sapendo chi fosse, davanti al naufrago si commosse e come se piangesse uno sconosciuto: «Ahimè, chiunque tu sia, misero te e tua moglie, se ne hai una», disse. Spinto dai flutti quel corpo si avvicinò ancora, e quanto più lo guardava tanto più la sua mente si smarriva. E ormai così vicino è alla riva che, osservandolo, lei può riconoscerlo: era il marito. «è lui!» grida e a un tempo si lacera viso chioma e veste, e tendendo le mani tremanti verso Ceìce, mormora: «Così, carissimo marito mio, così a me, sventurato, ritorni?». Sul mare si ergeva un molo: costruito dall'uomo, frangeva i flutti in arrivo, fiaccando in anticipo l'impeto dell'acqua. Lei vi balzò sopra. Fu un prodigio che vi riuscisse; ma volava, e battendo l'aria leggera con ali appena spuntate, sfiorava, patetico uccello, la superficie del mare, e volando, la sua bocca, ormai ridotta a un becco sottile, stridendo emise un suono lamentoso che sembrava pianto. Quando poi raggiunse il corpo muto ed esangue, abbracciando quelle care membra con le sue nuove ali, vanamente col duro becco le coprì di freddi baci. Sentì Ceìce quei baci o fu solo per l'ondeggiare del mare se parve che sollevasse il viso? La gente non sa dirlo. Ma lui li sentì, e alla fine, per pietosa grazia degli dei, si mutarono entrambi in uccelli. Il loro amore rimase, legandoli al medesimo destino, e il patto nuziale fra loro, ormai uccelli, non si sciolse...
Figlia di Eolo e moglie di Ceice, il marito morì tornando da Claro dove aveva interpellato l'oracolo d'Apollo. Morfeo fu inviato a dare la funerea notizia ad Alcione in sogno e questa svegliatasi si getto in mare per abbracciare il marito e morire con lui, Zeus mosso a compassione trasformò i due in Alcioni.
mercoledì 21 aprile 2010
Tamiri
1514-23
Olio su legno, 35 x 78 cm
Galleria Palatina (Palazzo Pitti), Firenze
«E quelli che Pilo abitavano e l'amabile Arene,
e Trio, guado dell'Afeo, ed Epi ben costruita,
e Ciparissento ed Anfigénia abitavano,
e Pteleo ed Elo e Dorio, là dove le Muse
fattesi avanti al tracio Támiri tolsero il canto,
mentre veniva da Ecalia, da Euríto Ecaleo
e si fidava orgoglioso di vincere, anche se esse,
le Muse cantassero, figlie di Zeus egíoco!
Ma esse adirate lo resero cieco e il canto
divino gli tolsero, fecero sí che scordasse la cetra...»
Iliade, libro II, vv. 591-600.
lunedì 29 marzo 2010
e per eredità .... una "Pietra"
foto by Indi.
giovedì 18 febbraio 2010
Il figlio della pioggia d'oro
1545-54
Bronze
Loggia dei Lanzi, Firenze
Acristo era re di Argo.
Un oracolo gli predisse che sarebbe stato ucciso dal figlio di sua figlia Danae.
Per impedire che la profezia si avverasse, il re segregò la figlia in una torre.
Zeus pose gli occhi sulla fanciulla e bagnò Danae sotto forma di pioggia d'oro.
Nato Perseo da questa unione divina, Acristo, per paura del destino, che l'oracolo aveva indicato, fece imbarcare madre e figlio in un cofano di legno sperando che il mare li travolgesse o che almeno li portasse lontano.
Zeus ordino a Poseidone di calmare il mare e ad Eolo di spingere le misere tavole sulla terra ferma.
Approdarono sull'isola di Serifo, dove vennero raccolti dal pescatore Ditti, fratello di Re Polidette, che sposo Danae e allevò il ragazzo fino all'età adulta.
Acristo saputo della presenza della figlia e del nipote ne regno di Polidette vi recò in visita e ottenne la promessa di Perseo di non essere ucciso.
Al momento della partenza si scateno una tempesta ed Acristo non poté partire, nel mentre il re Polidette morì.
Vennero indetti dei giochi funebri in suo onore, durante i quali un disco lanciato da Perseo, deviato dal vento, colpì al capo Acrisio, uccidendolo.
lunedì 15 febbraio 2010
Leda
Figlia di Testio, sposò Tindaro, re di Sparta.
Si narra che Zeus si trasformò in cigno per potersi unire a lei.
Da questa unione furono generati due uova da uno nacquero i Dioscuri, Castore e Polluce, dall'altro Elena e Clitennestra.
venerdì 12 febbraio 2010
Callisto
Boucher, FrançoisArtemide/Zeus e Callisto
1744
Olio su tela 98 × 72 cm
Puschkin-Museum der bildenden Künste
TIZIANO VecellioDiana e Callisto
1556-59
Olio su tela, 187 x 205 cm
National Gallery of Scotland, Edinburgh
Licaone, il Re lupo, era il padre della "bellissima", così si traduce il nome della ninfa Callisto.
Devota ad Artemide doveva rispettare la totale castità.
Zeus si trasformò nella dea della caccia per poterla avvicinare e sedurre e sperava di riuscire ad ingannare la gelosia di Era.
Scoperta la gravidanza, Artemide la scacciò da suo seguito e nei boschi diede alla luce Arcade. Anche Era scoprì l'inganno di Zeus e si vendicò su Callisto trasformandola in Orsa, ma con mente umana.
Un giorno Arcade, da lui discendono gli Arcadi, durante una battuta di caccia si imbatté in una splendida orsa e volle ucciderla. L'intervento di Zeus impedì che il giovane si macchiasse di questo orrendo delitto. Il Sommo padre degli Dei trasformò la Ninfa nella costellazione dell'Orsa Maggiore e il figlio in quella dell'Orsa Minore.
Era ancora irritata chiese ad Oceano di non far mai tramontare le due costellazioni.
Su questo mito si proiettano le più antiche usanze rituali di iniziazione femminile.
lunedì 8 febbraio 2010
Ganimede
MICHELANGELO BuonarrotiIl Ratto di Ganimede
c. 1533
gessetto, 19 x 33 cm
Fogg Art Museum, Cambridge
Ovidio racconta come Giove invaghitosi di Ganimede si trasforma in un’aquila, rapì e portò sull’Olimpo il giovane, che divenne il suo coppiere a posto della figlia Ebe.
La vicenda è la rappresentazione dell'ascesa dell'anima a dio grazie alla forza stessa del dio e della "bellezza/purezza dell'anima". Il dio si muta in aquila per rappresentare la forza che ghermisce dalla vita per innalzare al cielo.






