EPICURO E LA FORMA NUOVA

"Quand'ero giovane e libero e la mia fantasia non aveva limiti, sognavo di cambiare il mondo.
Diventato più vecchio e più saggio, scoprii che il mondo non sarebbe cambiato, per cui limitai un po' lo sguardo e decisi di cambiare soltanto il mio Paese.
Ma anche questo sembrava immutabile.
Arrivando al crepuscolo della mia vita, in un ultimo tentativo disperato, mi proposi di cambiare soltanto la mia famiglia, le persone più vicine a me, ma ahimé non vollero saperne.
E ora mentre giaccio sul letto di morte, all'improvviso ho capito: se solo avessi cambiato prima me stesso, con l'esempio avrei poi cambiato la mia famiglia.
Con la loro ispirazione e il loro incoraggiamento, sarei stato in grado di migliorare il mio Paese e, chissà, avrei anche potuto cambiare il mondo. "

(Anonimo)
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domenica 28 giugno 2020

Sguardi Reali a Torino





San Lorenzo
San Lorenzo



Arazzo - particolare
Arazzo - particolare

Baule laccato
Baule laccato 


Il Re, l'estintore e la Mole.
Il Re, l'estintore e la Mole.

Anche i Re dovevano fumare fuori
Anche i Re dovevano fumare fuori 

la gemella è dal presidente
la gemella è dal presidente

Le preghiere non sono tutte uguali
Le preghiere non sono tutte uguali













sabato 21 marzo 2020

Medioevo ellenico o periodo geometrico








Medioevo ellenico o periodo geometrico


Quadro storico - Questo periodo richiama un’epoca oscura e decadente, sino alla fine della civiltà micenea e alla conquista territoriale a parte dei dorici.

La nascita della Polis

Nel periodo miceneo il potere reale era quasi assoluto con l’arrivo dei Dori questo potere fu enormemente ridimensionato dalla nuova classe aristocratica formata dalla aristocrazia dorica e micenea amalgamatesi in nuovi rapporti di parentele. 

Il Re, ora chiamato Basiléus, rimase in carica ma con un ruolo rappresentativo, primo degli uguali che governava sotto il controllo delle famiglie aristocratiche
La fine del XI secolo a.c. vede la Grecia suddivisa da tre stirpi:




Periodo Geometrico


I Templi



venerdì 17 gennaio 2020

Architetture cittadine della città di torino XIX secolo.



 immagine tratta da pag 67


Progetto per traliccio di illuminazione realizzato da Lorenzo Lombardi.
in occasione dei festeggiamenti per la nascita del Re di Roma, Torino 8 e 9 Giugno 1811.


tratta da pag. 67



altalena (escarpolette) realizzata in occasione della festa per la nascita del Re di Roma, Torino, 8 e 9 giugno 1811. (Protocolli e Minutari, val. 217, p. 115) 





lunedì 6 agosto 2012

137

" Fu Richard Feynman, infatti, a suggerire che tutti i fisici affiggessero una targhetta nei loro uffici e nelle loro abitazioni per ricordarci di quanto poco sappiamo. Sulla targhetta non ci sarebbe stato altro che questo: 137. Ora, 137 è l'inverso di una cosa chiamata "costante di struttura fine". Questo numero è in relazione con la probabilità che un elettrone possa emettere o assorbire un fotone. La costante di struttura fine risponde anche al nome di costante alfa, e corrisponde al quadrato della carica dell'elettrone diviso per la velocità della luce moltiplicato per la costante di Planck. L'unico significato di tale sproloquio è che questo numero, 137, contiene l'essenziale dell'elettromagnetismo (l'elettrone), della relatività (la velocità della luce) e della teoria dei quanti (la costante di Planck). Sarebbe meno sconvolgente se il rapporto tra tutti questi importanti concetti risultasse pari a 1 o a 3 o, forse, ad un multiplo di p greco. Ma 137?

La cosa più notevole a proposito di questo notevole numero è che esso è privo di dimensioni... Molti numeri si presentano con dimensioni. Ma risulta che, quando si combinano tutte le quantità che costituiscono la costante di struttura fine, tutte le unità si cancellano! 137 si presenta da solo; si presenta ovunque in tutta la sua spoglia nudità. Ciò significa che gli scienziati di Marte o del 14° pianeta della stella Sirio, usando qualsiasi accidente d'unità per la carica e la velocità e la loro versione della costante di Planck, otterrebbero sempre 137. Si tratta di un numero puro.

I fisici si sono scervellati sul numero 137 per gli ultimi 50 anni. Werner Heisenberg (a cui dobbiamo il famoso "Principio d'indeterminazione", uno dei pilastri della fisica quantistica) (n.d.r.) affermò una volta che tutti i dilemmi della meccanica quantistica si sarebbero risolti non appena si fosse finalmente spiegato il 137... Un altro scienziato, Wolfang Pauli, era ossessionato dal 137, e passava innumerevoli ore a meditare sul suo significato. "

Come più volte detto ogni simbolo che noi ritroviamo nell'ebraico antico è una terra tutta da scoprire. Non è solo un simbolo di scrittura per comunicare, ma racchiude in sè un mondo che va studiato e compenetrato. E' mai esistito qualcuno che sia riuscito ad entrare in ogni simbolo e sentirsi circondato e avvolto. Mai nessuna lingua ha avuto una spiegazione più profonda come l'ebraico. Ogni nome sia che sia riferito a persone o cose ha un riscontro nella Cabalà.

Se la particella di Dio ruota intorno a tre numeri 136-137-138, l'inizio o la definizione della SS.Trinità?

137=numero primo, perfetto=Dio

136=lo Spirito Santo, l'onda che da la vita

138=il Figlio colui che come particella è sceso sulla terra

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martedì 21 febbraio 2012

16 Giugno 1904


Solenne e paffuto, Buck Mulligan comparve dall'alto delle scale, portando un bacile di schiuma su cui erano posati in croce uno specchio e un rasoio.




lunedì 21 novembre 2011

Madonna dell’Orto - Venezia


(foto By Lamia)

La chiesa della Madonna dell’Orto è l’ultima che ha ancora l’originale sagrato in cotto a spina di pesce.
Si racconta che a scolpire le statue dei dodici apostoli fu un maestro scalpellino di nome Paolo dalle Masegne.
In quell’epoca,  prima metà del ‘300, non si usava rappresentare Giuda con le sue sembianze ma si sostituiva con San Mattia che fu l’apostolo che prese il suo posto dopo il suicidio.
Nessuno sapeva che Paolo era un adoratore del demonio e la chiesa della Madonna dell’Orto, dedicata a Dio alla beata Vergine e a San Cristoforo nella speranza del maestro scappellino doveva divenire un luogo per il culto satanico infatti aveva ricevuto dal demonio stesso una delle 30 monete di Giuda proprio per inserirla nella statua del discepolo rappresentato dall’artista con le sue vere sembianze.
Bisognava però consacrare il tutto con una messa proprio per sancire il sacrilegio, il paolo prese accordo per una da celebrare durate la settimana santa del 1366.
In quegli anni viveva a Venezia una Bambina riconosciuta dalla popolazione che già Santa, Isabella Contarin. Il popolo diceva che avesse la capacità di parlare con i morti e di riconoscere la bontà delle persone con il solo sguardo.
Durante la cerimonia Isabella guardò negli occhi Paolo e disse a voce alta che questi era un discepolo del Demonio, questi si scaglio contro la bimba ma un fedele scagliò contro il malvagio un dispensario di acqua santa, appena l’acqua lo raggiunse cadde in terra svenuto, il celo si fece nero come la notte e un vento soffiò forte e passato sul corpo dell’uomo a terra lo rianimò facendogli però perdere la memoria. La statua è ancora li.

domenica 7 agosto 2011

SONO LA PERIFERIA DI UNA CITTA’ INESISTENTE



Oggi, all’improvviso, sono giunto a una sensazione assurda e giusta. Ho capito, in una folgorazione intima, di non essere nessuno. Nessuno, assolutamente nessuno. Quando il lampo ha balenato, quella che pensavo fosse una città era una pianura deserta; e la luce sinistra che mi ha mostrato me stesso non ha rivelato lì sopra alcun cielo. Sono stato derubato del poter esistere prima che esistesse il mondo. Se ho dovuto reincarnarmi, mi sono reincarnato senza di me, senza essermi reincarnato. Sono la periferia di una città inesistente, il commento prolisso a un libro non scritto. Non sono nessuno, nessuno. Non so sentire, non so pensare, non so volere. Sono una figura di un romanzo da scrivere che passa aerea ed evanescente senza essere esistita, fra i sogni di chi non mi ha saputo completare. Penso sempre, sento sempre; ma il mio pensiero non contiene raziocini e la mia emozione non contiene emozioni. Da una botola lassù, sto precipitando nello spazio infinito, in una caduta senza direzione, infinitupla e vuota. La mia anima è un maelstrom nero, una vasta vertigine intorno al vuoto, il movimento di un oceano infinito intorno a un buco nel nulla, e nelle acque che più che acque sono vortici, fluttuano tutte le immagini che ho visto e sentito nel mondo – ci sono case, volti, libri, casse, echi di musica e sillabe di voci, in un turbine sinistro e senza fondo. E io, proprio io, ne sono il centro che esiste solo per una geometria dell’abisso; sono il nulla intorno a cui questo movimento gira, come fine a se stesso, con quel centro che esiste solo perché ogni cerchio lo possiede. Io, proprio io, sono il pozzo senza pareti, ma con la viscosità delle pareti, il centro di tutto con il nulla intorno.

FERNANDO PESSOA – IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE

martedì 14 giugno 2011

Specchio Mente

La Mente riflette e crea qualsiasi cosa.
Lo Specchio riflette solo quello che ha dinnanzi.
Poi ci sono specchi che deformano e altri che non riflettono,
ma in ogni caso invertono e solo i loro giochi simulano la realtà.
Quando riuscirò a passare dallo specchio, nello specchio, superando la realtà invertita?
Dal pozzo si vedono le stelle anche se c’è il sole.
Con lo specchio no!






Il generale può non valere per il particolare
mentre il particolare è sempre nel generale
il tre non è l'uno e l'uno non è il tre
ma l'uno è nel tre
come l'uomo è nell'universo
ma dov'è l'universo?



É quasi il gioco delle tre carte
dove il mazziere vince sempre
riuscirò mai a trovare la regina?

domenica 29 maggio 2011

NON STO PENSANDO A NIENTE (poesia)


Non sto pensando a niente,
e questa cosa centrale, che a sua volta non è niente,
mi è gradita come l'aria notturna,
fresca in confronto all'estate calda del giorno.

Che bello, non sto pensando a niente!

Non pensare a niente
è avere l'anima propria e intera.
Non pensare a niente
è vivere intimamente
il flusso e riflusso della vita...
Non sto pensando a niente.
È come se mi fossi appoggiato male.
Un dolore nella schiena o sul fianco,
un sapore amaro nella bocca della mia anima:
perché, in fin dei conti,
non sto pensando a niente,
ma proprio a niente,
a niente...

(F.Pessoa)

giovedì 26 maggio 2011

DEV' ESSERCI... (poesia)


Dev' esserci un colore da scoprire,
un recondito accordo di parole,
dev' esserci una chiave per aprire
nel muro smisurato questa porta.

Dev' esserci un'isola più a sud,
una corda più tesa e più vibrante,
un altro mar che nuota in un altro blu,
un'altra intonazione più cantante.

Poesia tardiva che non riesci
a dire la metà di quel che sai:
non taci, quando puoi, e non sconfessi
questo corpo casuale e inadeguato.

(Josè Saramago)

martedì 26 aprile 2011

ODISSEA (poesia)


Navighiamo come punti nel Tempo

corpi nel grande oceano di una Memoria

che sovrana conduce i flutti

del nostro andare.

tuo canto

bisogna legarsi all'albero maestro.

Potrebbe sedurre per sempre ciò che poco appartiene alla terra.



(Raymond André Di Vitantonio )

venerdì 15 aprile 2011

BUON FINE SETTIMANA


20.6.1931

Questa è una giornata nella quale mi pesa, come un ingresso in carcere, la monotonia di tutto. Ma la monotonia di tutto non è altro che la monotonia di me stesso. Ciascun volto, anche lo stesso che abbiamo visto ieri, oggi è un altro, perché oggi non è ieri. Ogni giorno è il giorno che è, e non ce n’è mai stato un altro uguale al mondo. L’identità è solo nella nostra anima (l’identità sentita con se stessa, anche se falsa), attraverso la quale tutto si assomiglia e si semplifica. Il mondo è cose staccate e spigoli distinti; ma se siamo miopi, esso è una nebbia insufficiente e continua.
Il mio desiderio è fuggire. Fuggire da ciò che conosco, fuggire da ciò che è mio, fuggire da ciò che amo. Desidero partire: non verso le Indie impossibili o verso le grandi isole a Sud di tutto, ma verso un luogo qualsiasi, villaggio o eremo, che possegga la virtù di non essere questo luogo. Non voglio più vedere questi volti, queste abitudini e questi giorni. Voglio riposarmi, da estraneo, dalla mia organica simulazione. Voglio sentire il sonno che arriva come vita e non come riposo. Una capanna in riva al mare, perfino una grotta sul fianco rugoso di una montagna, mi può dare questo. Purtroppo soltanto la mia volontà non me lo può dare.

La schiavitù è la legge della vita, e non c’è altra legge perché questa deve compiersi, senza possibile rivolta o rifugio da trovare. Certuni nascono schiavi, altri diventano schiavi, ad altri ancora la schiavitù viene imposta. L’amore codardo che tutti noi proviamo per la libertà (libertà che, se la conoscessimo, troveremmo strana perché nuova e la rifiuteremmo) è il vero indizio del peso della nostra schiavitù. Io stesso, che ho appena detto che desidererei una capanna o una grotta per essere libero dalla noia di tutto, che poi è la noia che provo per me, oserei forse andare in quella capanna o in quella grotta consapevole che, dato che la noia mi appartiene, essa sarebbe sempre presente? Io stesso, che soffoco dove sono e perché sono, dove mai respirerei meglio se la malattia è nei miei polmoni e non nelle cose che mi circondano? Io stesso, che ardentemente sogno il sole puro e i campi liberi, il mare visibile e l’orizzonte largo, chissà se mi adatterei al letto o al cibo o a non dover scendere otto rampe di scale per arrivare alla strada o a non entrare nella tabaccheria dell’angolo o a non scambiar il buongiorno con l’ozioso barbiere.
Quello che ci circonda diventa parte di noi stessi, si infiltra in noi nella sensazione della carne e della vita e, quale bava del grande Ragno, ci unisce in modo sottile a ciò che è prossimo, imprigionandoci in un letto lieve di morte lenta dove dondoliamo al vento. Tutto è noi e noi siamo tutto; ma a che serve questo, se tutto è niente? Un raggio di sole, una nuvola il cui passaggio è rivelato da un’improvvisa ombra, una brezza che si leva, il silenzio che segue quando essa cessa, qualche volto, qualche voce, il riso casuale fra le voci che parlano: e poi la notte nella quale emergono senza senso i geroglifici infranti delle stelle.

(dal Libro dell'inquietudine di F. Pessoa)

mercoledì 13 aprile 2011

Ho pena delle stelle (poesia)


Ho pena delle stelle

Ho pena delle stelle
che brillano da tanto tempo,
da tanto tempo...
Ho pena delle stelle.
Non ci sarà una stanchezza
delle cose,
di tutte le cose,
come delle gambe o di un braccio?
Una stanchezza di esistere,
di essere,
solo di essere,
l'essere triste lume o un sorriso...
Non ci sarà dunque,
per le cose che sono,
non la morte, bensì
un'altra specie di fine,
o una grande ragione:
qualcosa così, come un perdono?

lunedì 4 aprile 2011

LXXVI (poesia)


Lascia colare il tuo bacio,

come una fonte,

filo fresco nella tazza

del mio cuore!

Il mio cuore, poi, sognando,

ti restituirà, doppia, l'acqua del tuo bacio,

dal canale del sogno,

dal profondo della vita.

E l'acqua del tuo bacio,

oh, nuova aurora della fonte,

sarà eterna e eterna,

perchè il mio amore sarà la sua sorgente.

(Juan Ramòn Jiménez)

giovedì 31 marzo 2011

LASCIO A TE QUESTE IMPRONTE SULLA TERRA (poesia)


Lascio a te queste impronte sulla terra

tenere dolci, che si possa dire:

qui è passata una gemma o una tempesta,

una donna che avida di dire

disse cose notturne e delicate,

una donna che non fu mai amata.

Qui passò forse una furiosa bestia

avida sete che dette tempesta

alla terra, a ogni clima, al firmamento,

ma qui passò soltanto il mio tormento.


(Alda Merini)

domenica 20 marzo 2011

IO SONO COME SONO (poesia)


Io sono come sono
Sono fatta così
Quando ho voglia di ridere
Rido come una matta
Amo colui che mi ama
È forse colpa mia
Se non è sempre quello
Che amo alla follia
Io sono come sono
Sono fatta così
Cosa volete di più
Che volete da me

Sono fatta per piacere
Non c'è niente da fare
I tacchi sono troppo alti
In vita sono troppo snella
I miei seni troppo sodi
I miei occhi troppo truccati
E poi
Che cosa ve ne importa
Io sono come sono
Piaccio a chi piaccio

Che cosa ve ne importa
Del mio passato
Sì qualcuno ho amato

Certo qualcuno mi ha amato
Come i ragazzi che si amano
Sanno semplicemente amare
Amare amare ...
Perché m'interrogate
Sono qui per piacervi
E niente mi può cambiare.

(Jacques Prévert)