EPICURO E LA FORMA NUOVA

"Quand'ero giovane e libero e la mia fantasia non aveva limiti, sognavo di cambiare il mondo.
Diventato più vecchio e più saggio, scoprii che il mondo non sarebbe cambiato, per cui limitai un po' lo sguardo e decisi di cambiare soltanto il mio Paese.
Ma anche questo sembrava immutabile.
Arrivando al crepuscolo della mia vita, in un ultimo tentativo disperato, mi proposi di cambiare soltanto la mia famiglia, le persone più vicine a me, ma ahimé non vollero saperne.
E ora mentre giaccio sul letto di morte, all'improvviso ho capito: se solo avessi cambiato prima me stesso, con l'esempio avrei poi cambiato la mia famiglia.
Con la loro ispirazione e il loro incoraggiamento, sarei stato in grado di migliorare il mio Paese e, chissà, avrei anche potuto cambiare il mondo. "

(Anonimo)
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martedì 6 gennaio 2026

Arte etrusca

  

L’arte etrusca: un ponte fra mondi nel cuore dell’Italia antica

Quando pensiamo all’Italia preromana, la mente corre inevitabilmente alla civiltà etrusca, un popolo affascinante e ancora in parte misterioso che fiorì tra il IX e il I secolo a.C., principalmente nelle regioni della Toscana, dell’Umbria occidentale e del Lazio settentrionale. La loro arte, in particolare, costituisce una testimonianza vivida e potente di una cultura autonoma, ricca e sofisticata, che seppe assorbire e rielaborare influenze esterne (soprattutto greche e orientali) per creare un linguaggio artistico unico e profondamente legato alla loro visione del mondo. L’arte etrusca non è solo un capitolo della storia dell’arte, ma una chiave per comprendere una civiltà la cui eredità confluirà, in modi spesso fondamentali, in quella romana e che ancora riuscirà a stupirci per tanti aspetti ancora irrisolti.

Il contesto spirituale: un’arte per la vita nell’Aldilà
A differenza dell’arte greca, spesso votata all’idealizzazione della forma umana in sé, l’arte etrusca è profondamente funzionale al contesto religioso e funerario. Gli Etruschi possedevano una concezione della morte e dell’Aldilà molto vitale e concretezza: il defunto continuava a “vivere” in una sorta di mondo parallelo. Di conseguenza, l’arte fiorisce soprattutto nelle necropoli, città dei morti speculari a quelle dei vivi. L’architettura funeraria, dalle semplici tombe a fossa alle maestose tombe a tumulo (come quelle di Cerveteri) e alle ipogee scavate nella roccia (come nelle necropoli di Tarquinia e Norchia), riproduce internamente ambienti domestici, con soffitti a travi, colonne, letti e sedili. Questo non è semplice realismo, ma una magia simpatica: garantire al defunto un habitat familiare per l’eternità. MI piace vedere tutto questo non come una rassegnazione alla morte ma come un desiderio di vita che li proietta verso il futuro contro ogni logica dell’esistenza.

Tomba a tumulo (Necropoli della Banditaccia di Cerveteri)

La pittura: un affresco di vita e di rito

È nella pittura funeraria che il genio etrusco si esprime con maggiore immediatezza e forza narrativa. Le pareti delle tombe di Tarquinia (come la Tomba dei Leopardi, degli Auguri, della Caccia e della Pesca) offrono un affresco straordinario della società etrusca. Le scene sono caratterizzate da un realismo vitale e gioioso: banchetti sontuosi, danze, giochi atletici, competizioni, scene di caccia e pesca; un vero inno alla vita che innalza i ricordi, gli amori, le scene familiari a fotogrammi di infinita eternità. Le figure, stilisticamente influenzate dalla pittura vascolare greca (periodo arcaico), se ne distaccano per la maggiore spontaneità del gesto, l’espressività dei volti, spesso sorridenti, e l’uso audace del colore. Non c’è la ricerca della proporzione matematica greca, ma piuttosto un’energia narrativa che comunica il piacere della vita, celebrato anche nel passaggio alla morte. Le figure danzano in uno spazio privo di profondità prospettica, ma carico di movimento ritmico.

Tomba dei Leopardi a Tarquinia

La scultura: dalla terracotta al bronzo, tra sacro e quotidiano

La scultura etrusca utilizza prevalentemente materiali “poveri” ma duttili come la terracotta, e materiali pregiati come il bronzo. In architettura, spiccano gli acroteri (elementi decorativi e protettivi realizzati prevalentemente in terracotta coroplastica, collocati sulla sommità dei tetti di templi e palazzi nobiliari) e le grandi statue fittili che decoravano i tetti dei templi (completamente diversi da quelli greci, con un alto podio e cella tripartita). Capolavori come il “Sarcofago degli Sposi” (da Cerveteri, oggi al Museo di Villa Giulia a Roma) incarnano l’essenza dell’arte etrusca: la coppia di coniugi è ritratta semi-reclinata in un gesto di intimità conviviale, con i volti pervasi dal celebre “sorriso arcaico” etrusco, una espressione serena e vitale. La terracotta policroma cattura un momento di affetto e uguaglianza sociale (la donna è ritratta alla pari dell’uomo) unico nel mondo antico.

Sarcofago degli Sposi


Nel campo della scultura bronzea, oltre alle celebri statue votive, gli Etruschi produssero capolavori di straordinaria potenza espressiva, come la Chimera di Arezzo (V-IV secolo a.C., Museo Archeologico di Firenze). Questo bronzo, raffigurante il mostro mitologico leonino con la testa di capra sul dorso e la coda a serpente, è un trionfo di abilità tecnica e di immaginario fantastico. La figura, probabilmente parte di un gruppo votivo insieme a un eroe (forse Bellerofonte) che la affrontava, è colta in un momento di feroce tensione: ferita, ringhia mostrando i denti, con il corpo contratto in una posa dinamica e aggressiva. La resa minuziosa dei muscoli, della criniera e delle vene in superficie dimostra una perfetta padronanza della fusione a cera persa e una profonda conoscenza dell'anatomia animale, filtrata tuttavia non attraverso un naturalismo descrittivo, ma attraverso una sensibilità espressionistica che esalta la natura selvaggia e sovrannaturale della creatura. La Chimera incarna perfettamente il gusto etrusco per la narrazione drammatica e per la sintesi tra influenze greche (nel soggetto e nello stile tardo-arcaico) e un'energia primordiale tipicamente italica, risultando una delle icone più evocative e potenti dell'intera produzione artistica etrusca. Ancora più significativa è la statua dell’“Arringatore” (fine III sec. a.C., Museo Archeologico di Firenze), che segna l’assimilazione del realismo romano: è il ritratto veritiero e austero di un magistrato, Aule Meteli, colto nel gesto dell’orazione, lontanissimo dal sorriso idealizzato dei periodi precedenti.

Chimera di Arezzo



Arringatore


L’artigianato: lusso e tecnica

L’arte applicata raggiunge vertici eccezionali. La oreficeria (fibule, diademi, collane in granuli d’oro, tecnica della filigrana e del pulviscolo) mostra una perizia tecnica stupefacente. La ceramica nera e lucida detta “bucchero” è una invenzione originale etrusca, imitante il metallo. I bronzetti votivi e gli specchi incisi rivelano una società ricca, che ama il lusso, la musica e la vita conviviale, con una posizione della donna socialmente elevata.

ceramica nera bucchero




martedì 14 marzo 2023

Il Dodecaedro Romano



Il Dodecaedro Romano è un enigmatico oggetto che ha stuzzicato la curiosità degli archeologi e dei ricercatori per decenni. Si tratta di un piccolo dodecaedro, ovvero un poliedro a dodici facce, di solito realizzato in pietra o bronzo, che si presume risalga all'epoca romana.

Nonostante sia stato scoperto per la prima volta già nel 1739, nei pressi di Nijmegen, nei Paesi Bassi, e successivamente rinvenuto anche in altre parti dell'Europa, il suo scopo rimane ancora oggi sconosciuto. Alcuni esperti lo hanno definito come un semplice oggetto decorativo o un giocattolo, mentre altri ipotizzano che potesse essere utilizzato in ambito religioso o addirittura astronomico.

Il dodecaedro romano è composto da dodici facce pentagonali regolari, tutte uguali tra loro, e ogni faccia è incavata da un foro circolare di dimensioni differenti. La precisione con cui è stato costruito, insieme alla sua geometria perfetta, hanno fatto supporre che l'oggetto fosse stato creato da un artigiano molto abile.

Una delle teorie più accreditate sulla sua funzione, è che il dodecaedro fosse utilizzato come strumento di misura per la distanza tra città romane. Infatti, è stato osservato che i fori circolari presenti sulle facce del dodecaedro hanno diametri differenti, e ciò potrebbe indicare la presenza di un sistema di misurazione basato sulla proiezione di ombre generate dalla luce solare che filtrava attraverso questi fori. Tuttavia, questa teoria è stata messa in discussione da alcuni esperti, poiché la varietà di diametri dei fori non sembra essere coerente con un sistema di misurazione preciso.

Un'altra teoria che circola riguardo al dodecaedro romano è che potesse essere utilizzato in ambito religioso. Infatti, l'oggetto è stato rinvenuto spesso nei pressi di siti archeologici di antiche chiese e luoghi di culto cristiani. Alcuni esperti suggeriscono che potesse essere utilizzato come una sorta di reliquia o oggetto sacro, o addirittura come un'offerta votiva.

Nonostante siano stati rinvenuti numerosi dodecaedri romani nel corso degli anni, nessuno di essi è stato mai trovato durante scavi archeologici, il che rende ancora più difficile determinarne la funzione originale. Ciò ha fatto ipotizzare ad alcuni esperti che potesse essere un oggetto di produzione artigianale, piuttosto che un oggetto di uso comune o di uso ufficiale.

Il mistero del dodecaedro romano rimane ancora oggi irrisolto, ma la sua forma perfetta e il suo design intrigante continuano ad affascinare i ricercatori di tutto il mondo. L'oggetto è diventato un simbolo del passato misterioso dell'antica Roma, e della sua abilità in ambito artistico e artigianale.

domenica 26 febbraio 2023

Architetture bizzarre - L'Hotel Marqués de Riscal a Elciego

 L'Hotel Marqués de Riscal a Elciego è un hotel di lusso situato nella regione spagnola della Rioja Alavesa. Questo hotel è un vero e proprio capolavoro architettonico, progettato dall'architetto canadese Frank Gehry, noto per opere come il Museo Guggenheim di Bilbao.


L'hotel si trova all'interno della tenuta vinicola Marqués de Riscal, fondata nel 1858, e offre viste panoramiche sulle viti circostanti e sul paesaggio collinare della Rioja. La struttura dell'hotel è composta da due edifici distinti: uno in titanio e acciaio, che sembra fluttuare sopra i vigneti, e uno in pietra arenaria.

All'interno dell'hotel si trovano 43 camere e suite, tutte arredate con gusto e dotate di servizi moderni come Wi-Fi gratuito, TV a schermo piatto e minibar. Alcune delle camere offrono anche balconi privati ​​con vista sulla campagna circostante. Gli ospiti dell'hotel possono inoltre usufruire di una vasta gamma di servizi, tra cui una piscina all'aperto, un centro benessere, una palestra e un ristorante premiato con una stella Michelin.

Uno dei principali punti di interesse dell'Hotel Marqués de Riscal è la sua enoteca, che ospita una vasta selezione di vini prodotti all'interno della tenuta vinicola. Gli ospiti possono partecipare a visite guidate della cantina, degustazioni di vino e anche lezioni di cucina, dove possono imparare a preparare piatti tradizionali della regione.

La regione della Rioja Alavesa è conosciuta per i suoi vini di alta qualità e l'Hotel Marqués de Riscal rappresenta un'eccellente base da cui esplorare questa regione vinicola. Gli ospiti possono partecipare a tour delle cantine locali, degustazioni di vino e persino attività all'aria aperta come passeggiate tra le viti o gite in bicicletta.

In sintesi, l'Hotel Marqués de Riscal è un'oasi di lusso e tranquillità situata nella splendida campagna della Rioja Alavesa. Con la sua architettura unica, il suo servizio di alta qualità e la sua enoteca ben fornita, questo hotel è la scelta ideale per i viaggiatori in cerca di una fuga di lusso in uno dei territori vinicoli più belli della Spagna.

https://www.marquesderiscal.com/en/marques-de-riscal-hotel

lunedì 6 aprile 2020

New data on distribution of checkered beetles from Kurdistan Region of Iraq (Coleoptera, Cleridae)




New data on distribution of checkered beetles from Kurdistan Region of Iraq (Coleoptera, Cleridae) 

Clerus mutillaroides Trichodes ephippiger Trichodes ganglbaueri Trichodes inermis - female Trichodes longissimus - male-22,1mm Trichodes olivieri Trichodes pulcherrimus Trichodes reichei Winklerius grandis Necrobia rufipes

Autore Iuri Zappi

Riassunto 
Vengono segnalate 10 specie di coleotteri Cleridae per la Regione del Kurdistan dell'Iraq.
Quattro specie: Trichodes ephippiger Chevrolat, 1874, Trichodes olivieri (Chevrolat, 1843), Winklerius
grandis (Stierlin, 1868) e Necrobia rufipes (De Geer, 1775) sono già note per l'Iraq mentre sei Clerus
mutillaroides Reitter, 1894, Trichodes ganglbaueri Escherich, 1894, Trichodes inermis Reitter, 1894,
Trichodes longissimus (Abeille de Perrin, 1881), Trichodes pulcherrimus Escherich, 1892 e Trichodes
reichei (Mulsant & Rey, 1863) risultano nuove. Per ogni specie sono riportati gli eventuali sinonimi, i
dati di raccolta, l'areale di distribuzione, informazioni sulla biologia ed è fornita una fotografia per una
più agevole identificazione.

Abstract 
Ten species of checkered beetles (Coleoptera, Cleridae) from Kurdistan Region of Iraq are
listed in this paper. Four species: Trichodes ephippiger Chevrolat, 1874, Trichodes olivieri (Chevrolat,
1843), Winklerius grandis (Stierlin, 1868) and Necrobia rufipes (De Geer, 1775) were already known
from Iraq while six Clerus mutillaroides Reitter, 1894, Trichodes ganglbaueri Escherich, 1894,
Trichodes inermis Reitter, 1894, Trichodes longissimus (Abeille de Perrin, 1881), Trichodes
pulcherrimus Escherich, 1892 and Trichodes reichei (Mulsant & Rey, 1863) are recorded from Iraq for
the first time. Synonymies and distribution data are given. All the species are pictured for easy
identification.

Coleoptera, Cleridae, checkered beetle, new record, Kurdistan Region, Iraq.

Clerus mutillaroides 
Trichodes ephippiger
Trichodes ganglbaueri
Trichodes inermis - female 
Trichodes longissimus - male-22,1mm 
Trichodes olivieri 
Trichodes pulcherrimus
Trichodes reichei
Winklerius grandis
Necrobia rufipes

Clerus mutillaroides (by Iuri Zappi)




Trichodes ephippiger (by Iuri Zappi)

Trichodes ganglbaueri (by Iuri Zappi)

Trichodes inermis-female (by Iuri Zappi)

Trichodes longissimus-male-22,1mm (by Iuri Zappi)

Trichodes olivieri (by Iuri Zappi)

Trichodes pulcherrimus (by Iuri Zappi)

Trichodes reichei (by Iuri Zappi)

Winklerius grandis (by Iuri Zappi)

Necrobia rufipes (by Iuri Zappi)

per download dell'articolo dalla Rivista Holotipus


sabato 21 marzo 2020

Medioevo ellenico o periodo geometrico








Medioevo ellenico o periodo geometrico


Quadro storico - Questo periodo richiama un’epoca oscura e decadente, sino alla fine della civiltà micenea e alla conquista territoriale a parte dei dorici.

La nascita della Polis

Nel periodo miceneo il potere reale era quasi assoluto con l’arrivo dei Dori questo potere fu enormemente ridimensionato dalla nuova classe aristocratica formata dalla aristocrazia dorica e micenea amalgamatesi in nuovi rapporti di parentele. 

Il Re, ora chiamato Basiléus, rimase in carica ma con un ruolo rappresentativo, primo degli uguali che governava sotto il controllo delle famiglie aristocratiche
La fine del XI secolo a.c. vede la Grecia suddivisa da tre stirpi:




Periodo Geometrico


I Templi



mercoledì 18 marzo 2020

Arte preellenica


Arte preellenica


Il Principe dei gigli è un famoso affresco minoico realizzato sull'isola greca di Creta attorno al 1550 a.C.


Per arte preellenica si intende essenzialmente la civiltà cretese e micenea.

La civiltà cretese, detta anche minoica dal leggendario re Minosse si sviluppò nell'isola di Creta tra il 2000 e il 1400 a.C.

L’isola di Creta avendo una posizione vantaggiosa era tappa obbligata dei commerci e grazie al clima e al terreno favorevole poté sviluppare l’agricoltura, l’allevamento, la caccia e la pesca.

Si suppone che la religione abbia avuto una risonanza notevole nella cultura principalmente con il culto della Dea Madre e del Toro simbolo del potere Reale aristocratico.

Naturalmente troviamo tutte queste note nell'espressione artistica dei questa civiltà.
Due sono le città simbolo Festo e Cnosso.



Invito alla visione e alla lettura dei link:



http://www.istitutocomprensivobalsorano.it/wordpress/wp-content/uploads/2013/12/Arte-Cretese-e-Micenea4.pdf


https://heraklionmuseum.gr/?page_id=1406&lang=en

venerdì 17 gennaio 2020

Architetture cittadine della città di torino XIX secolo.



 immagine tratta da pag 67


Progetto per traliccio di illuminazione realizzato da Lorenzo Lombardi.
in occasione dei festeggiamenti per la nascita del Re di Roma, Torino 8 e 9 Giugno 1811.


tratta da pag. 67



altalena (escarpolette) realizzata in occasione della festa per la nascita del Re di Roma, Torino, 8 e 9 giugno 1811. (Protocolli e Minutari, val. 217, p. 115) 





martedì 21 febbraio 2012

16 Giugno 1904


Solenne e paffuto, Buck Mulligan comparve dall'alto delle scale, portando un bacile di schiuma su cui erano posati in croce uno specchio e un rasoio.




domenica 17 aprile 2011

IL GIARDINO DI BOBOLI


La Fontana del Bacchino si trova vicino all'ingresso del giardino da Piazza Pitti. Questa curiosa fontana, esemplare dello stile grottesco tanto in voga nei giardini del periodo tra Cinque e Seicento, è costituita da una statua realizzata dallo scultore italiano Valerio Cigoli (1529-1599) che ritrasse il nano di corte di Cosimo I nudo e a cavallo di una tartaruga. (Come ogni donna toscana non mi sono astenuta dal toccare le p... e del Bacchino, si dice che porti fortuna!)

mercoledì 24 novembre 2010

"...quando siete nell'avversità e non intravedete via d'uscita, inginocchiatevi e pregate Dio che vi mandi Shackleton " ( Raymond Priestley)




.....
Una catastrofe psicocosmica
mi sbatte contro le mura del tempo.
Sentinella, che vedi?
Una catastrofe psicocosmica
contro le mura del tempo.

....
(Battiato-Sgalambro)

lunedì 15 novembre 2010

IL GIOCO DEGLI SCACCHI



Canterò un canto su una battaglia / progettata fin dai giorni lontani e passati / Uomini abili e saggi l'hanno organizzata / su una pianura divisa in otto parti / e ripartita in tanti riquadri. / Due accampamenti si fronteggiano, / ed i re stanno in battaglia / e la lotta è fra loro due. / Rivolta alla guerra è la faccia di ciascuno, / ed ognuno è accampato o si muove. / Tuttavia non si sfoderano spade, / perché la loro è una guerra di pensieri. / (I guerrieri) si riconoscono dai segni / che son sigillati e scritti sui loro corpi; / e colui che li vede, pensa / che siano edomiti ed etiopici / coloro che si combattono. / Le forze etiopiche / invadono il campo di battaglia / e gli edomiti le inseguono. Primo in battaglia, il pedone / viene a combattere sulla strada, / camminando sempre dritto innanzi a sé; / ma se fa un prigioniero, si muove di lato. / Non si allontana della sua strada / e non può mai tornare indietro; / al principio può avanzare / all'interno di tre riquadri. / Se avanzando in battaglia / raggiunge l'ottava fila, / diventa a tutti gli effetti una regina, / e combatte come lei. / La regina volge i suoi passi / dove vuole in ogni senso. / L'elefante (alfiere) avanza o retrocede; / sta di lato, come in agguato; / il suo modo di procedere è simile a quello della regina; / ma essa ha vantaggio su di lui, / perché esso può fare solo tre passi. / Il cavallo è veloce in battaglia, / muovendo su una via contorta; / sui riquadri, tre è il suo limite. / Il vento (torre) muove dritto sul sentiero di guerra/ nel campo, in lungo e in largo, / ma non ricerca vie traverse: / (segue) solo vie dritte, senza perversità. / Il re si muove da ogni parte, / dando aiuto ai suoi sudditi; / è cauto nelle sue azioni, / sia che combatta o che si accampi. / Se il nemico viene a spaventarlo / fugge dal suo posto con terrore, / o il vento (torre) gli dà rifugio. / Talvolta deve fuggire davanti al nemico; / talvolta delle moltitudini l'aiutano; / tutti si uccidono l'un l'altro, / distruggendosi con grande ira. / Uomini forti di entrambi i sovrani / cadono uccisi, ma senza spargimento di sangue. / L'Etiopia talvolta trionfa, / Edom fugge davanti a lei; / talvolta è vittorioso Edom: / L'Etiopia e il suo sovrano / sono sconfitti in battaglia. / Se il re, una volta sconfitto, / cade in potere del nemico, / non gli si fa mai grazia, / non può esser liberato, / né fuggire in una città di rifugio. / Giudicato dai nemici, senza ricatto, / per quanto non ucciso, è perduto. / Le schiere sono distrutte intorno a lui, / Dànno la vita per la sua liberazione. / Schiacciata e svanita è la loro gloria; / tuttavia combattono di nuovo la battaglia, / perché dopo la morte vi è la resurrezione.

( Avrahàm ibn Ezrà)

lunedì 27 settembre 2010

Uroboro



Quando vogliono scrivere il Mondo, pingono un Serpente che divora la sua coda, figurato di varie squamme, per le quali figurano le Stelle del Mondo. Certamente questo animale è molto grave per la grandezza, si come la terra, è anchora sdruccioloso, perilche è simile all’acqua: e muta ogn’ anno insieme con la vecchiezza la pelle. Per la qual cosa il tempo faccendo ogn’ anno mutamento nel mondo, diviene giovane. Ma perché adopra il suo corpo per il cibo, questo significa tutte le cose, le quali per divina providenza son generate nel Mondo, dovere ritornare in quel medesimo.

venerdì 13 agosto 2010

MATA E GRIFONE






Uno o due giorni prima di ferragosto, due statue equestri in cartapesta, alte oltre otto metri, percorrono le strade della città di Messina, da Camaro al Municipio. Le statue sono in legno cavo all'interno e rappresentano i "giganti" Mata e Grifone, per opera di Martino Montanini. Originariamente le statue erano prive delle zampe dei cavalli, in quanto venivano portate in giro a spalla, in modo tale da riprodurre il trotto degli animali. Negli anni cinquanta i cavalli furono completati di zampe e le statue di Mata e Grifone furono caricati su dei carrelli, in modo di essere trainati con maggiore facilità.Pur non essendoci una data sicura, le origini delle statue sono legate ad una storia risalente a metà del X secolo e forse furono costruite per celebrare origini più antiche, in competizione con Palermo
Mata era figlia di un nobile, tale Cosimo II di Castellaccio e Camaro. Il suo vero nome era Marta.
Grifone era un saraceno di grande mole, a capo di un esercito conquistatore. Il suo vero nome era Hassan Ibn Hammar (da cui derivò poi Dinnammare) e il nome Grifone derivò da Grifo, che era una carica politica dell’epoca.
In quel periodo Messina era sottoposta alle scorrerie dei saraceni e, proprio in una di queste occasioni, Ibn-Hammar, adocchiò Mata. Il gigante moro si innamorò della ragazza, tanto da chiederla in sposa al padre, il quale però gliela rifiutò, perchè non di fede cattolica.Il saraceno se la ebbe a male e persa la testa cominciò a commettere scorribande feroci, senza risparmiare crudeltà agli abitanti del luogo.Per porre fine a questa situazione drammatica, il nobile messinese decise di acconsentire alle nozze, ma Mata pose la condizione che il saraceno dovesse convertire prima al cristianesimo. Il giovane, allora per amore, accettò la condizione, si convertì al cristianesimo e prese il nome di Grifo, ma, essendo grande e grosso, venne subito appellato Grifone.Grifone, una volta sposato, smise di fare scorrerie e si dimostrò gentile e sinceramente innamorato e il matrimonio con Mata si rivelò molto prolifico, tanto da mettere al mondo moltissimi figli. A causa della sua numerosa prole, nacque la leggenda che Mata e Grifone furono i progenitori dei messinesi.
Vi sono, però, altre versioni della vera origine dei progenitori dei messinesi. C'è chi ha voluto identificare nei due giganti Kronos e Rhea. Altri sostennero, invece, che le statue rappresentassero Cam e Rea oppure Zanclo e Rea.